Verso Plutone: terza (e penultima) puntata


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Domani, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Nell’attesa, stiamo pubblicando a puntate un estratto – dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda – dal racconto Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni).

Questo è il penultimo appuntamento, domani troverete qui l’ultima puntata e su minima&moralia l’intero racconto.

Le puntate precedenti le trovate qui.

 


Clyde Tombaugh | terza puntata

Estratti da Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci (in ESC. Quando tutto finisce, Hacca edizioni).

 

Come la voce di chi parla viene meno e svanisce, quando si interrompe, così, se il Padre celeste si arrestasse nel proferire il suo Verbo, l’effetto del Verbo, cioè l’universo creato, non sussisterebbe. La fondazione e la conservazione dell’essere nell’universo creato è, dunque, la parola del Dio Padre, cioè l’eterna e immutabile generazione del Verbo.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni, a cura di Marta Cristiani, Milano, Mondadori-Valla, 1987, p. 53)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.10.

Anche perché, se si metteva a pensare con il rigore che il ricordo e l’impaccio pretendevano, quelli erano i momenti in cui si rendeva conto di non essere mai davvero andato via da Streator. Sulla “Collina di Marte”, davanti alla tomba di Percival Lowell, la notte trapezoidale dell’Arizona a scavargli di buio le spalle e la schiena.

Signor Lowell l’abbiamo trovato, gli dice. Era proprio dove diceva lei, tra le grandinate di Nettuno: e sorride. Pensa a cosa potrebbe rispondergli, il dottor Lowell, dalla noia quieta e abissale della terra dei morti; e per sottrarsi al sorriso continua a parlargli. Il dottor Slipher sembrava quasi seccato, la sesta volta che abbiamo ricontrollato le lastre. Finché non ne è stato convinto del tutto, continuava a chiamarla per nome e a dire quanto sarebbe stato contento, dottor Lowell, di essere qui.

Struscia con la scarpa sulla terra pastosa intorno al marmo della lapide, è un colloquio timido e di sbieco, quello che sta venendo fuori. Il suo pianeta, dottor Lowell. Alla fine glielo dice. Io l’ho visto. Alla fine del sistema solare, dottor Lowell. È minuscolo. E bellissimo, mi pare. Si corregge, sentendosi stupido, e totalmente inadeguato – come quando ha scambiato un pennacchio di fumo dalla famiglia dei Richards in un cenno di uragano. C’era davvero, volevo dirglielo. L’ho visto.

Si accorge di tenere il cappello tra le mani come se fosse davvero a un funerale; o a una qualche veglia funebre in ritardo di anni, lui fermo sulla porta mentre i famigliari, dentro, invecchiati, gli spiegano sorpresi che no, il dottor Lowell non è più con noi, da – Da quando, Terry? Saranno quattordici anni, ormai. Volevo dirglielo di persona. Le luci dell’Osservatorio, più in basso, sfrigolano a intermittenza in una sorta di cifrario morse dislessico. Non dice al dottor Lowell che hanno pensato di chiamarlo Plutone, il pianeta minuscolo e bellissimo che ha visto. Che ci hanno pensato, lui e il dottor Slipher, attingendo al pozzo consonantico delle sue iniziali. Sarebbe indelicato, per lui che ormai ci vive, nella terra dei morti, spiegargli che hanno pensato alla fine del sistema solare, battezzandolo, a quel laggiù dove c’è l’inferno diffuso e ghiacciato del silenzio; dove la voce bianca di Dio fatica ad arrivare.

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Che se questo avvistamento non s’afferra con esattezza di calcolo,
crollano i capisaldi della scienza e non s’armonizza l’assieme;
erronei infatti i cardini, da cui ogni cosa dipende,
falsa il cielo la sua fisionomia né si delimita l’attimo natale
e variano le stelle, deviate dallo svariare della casa.
Manilio, Astronomica, III.206-10
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica), cit.)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.2

Adesso questo ruolo dell’uomo dei razzi proprio non mi riesce di… No, davvero. Forse sono gli anni, ma il comportamento di Slipher non… No, lasciami finire. Non è stato corretto, proprio no.

I fondi. Ti pare che al Lowell manchino i fondi?… … Di’ piuttosto che non mi vuole più là. Solo che ― Approfittare della guerra, dico. Della guerra… Per cacciarmi dal Lowell, dopo tutti questi anni. E ora… E lo so, non ridere… Lo so. Ora qui, a sparare razzi… A costruire archi e volte nell’aria per… Non me lo ricordare, ti prego. Proprio no.

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L’intelletto di queste parole secondo l’ordine della natura è invece il seguente. Anche se non avesse peccato, la natura umana non avrebbe potuto risplendere con le sue proprie forze, poiché non è essa stessa luce per natura, ma per partecipazione alla luce.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni cit., p. 39)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.5.

Resta sempre l’impressione, addosso, dell’ultima frase… In tutti i discorsi come questi, dico… Solo che… l’ha detto, proprio, con quel sorriso da seminarista che si ritrova, anche ora che è invecchiato… siamo invecchiati, vìa, tutt’e due, in questi ultimi anni… Certo che me ne dimenticherò, dottor Slipher, ha detto… Io … Così, ha detto… Quando davvero io non so più come far durare il Lowell… Io , ha detto… Ma io non mi devo mica giustificare con lui, dopotutto… Appoggia il bastone con forza e fa perno sulla gamba buona, drizza verso la spiaggia, dopotutto, mmpf, rideva con uno sbuffo trattenuto ogni volta che ci pensava, ho arrossato io, le galassie… Dopotutto… Si distrae davanti a un bambino che raccoglie a palettate l’acqua del lago e la versa in un secchiello. Vesto Melvin Slipher vede che l’acqua straripa dal bordo del secchiello; e però il bambino continua a versarne dell’altra, in badilate sguazzanti e inutili. Dopotutto, pensa, incuriosito dalla concentrazione del bambino. Che si gira, senza smettere di versare l’acqua nell’acqua, lo vede. Per un istante di cirri in movimento alti sulla sua testa, al dottor Slipher sembra di dover rispondere a una domanda. Ma non ne è del tutto sicuro.