Verso Plutone: seconda puntata


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Il 14 luglio 2015 la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Nell’attesa, stiamo pubblicando a puntate un estratto – dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (anche se in forma di ceneri) sulla sonda – dal racconto Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni).

La prima puntata la trovate qui.

 


Clyde Tombaugh | seconda puntata

Estratti da Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci (in ESC. Quando tutto finisce, Hacca edizioni).

 

Tu Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli celesti dèi: ma nell’inferno per gli ministri del rigoroso et implacabile Plutone.
Giordano Bruno, Spaccio de la Bestia trionfante, III.1
(da Giordano Bruno, Opere italiane2, testi critici di G.Aquilecchia,
coordinamento generale di N. Ordine, Torino, Utet, 2002, p. 334)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.7.

Riesce a immaginarselo per un po’, ma non ci crede: e allora tutte le immagini sfumano, perdono senso come se si rifiutassero di essere guardate. Lui si accorge di capire davvero, per la prima volta, il racconto del pastore Johnson su san Tommaso, il gesto di un braccio che si avvicina e che gli ha tolto il sonno per mesi, da ragazzo, la necessità curiosa e instancabilmente umana di infilare il dito nel taglio sul palmo, e sul polso. È quello che fa da venti minuti, rischiando stimmate di acido tra l’indice e il medio della mano destra: continua a strusciare e a sottolineare d’aria le quattro figure in sequenza, incapace di rovinare le lastre appena sviluppate.

Non ci crede. È la quarta volta che confronta le due immagini, immobile per quel che può, le piante dei piedi infisse nel pavimento di marmo: non vuole lasciarsi suggestionare, l’ha già visto succedere anche troppe volte: si trova quello che non c’è per l’eccessivo desiderio di vedersi esauditi. Il fantasma che strizza gli occhi di fumo da dietro la tenda, il barbaglio di luce che ci regala una sagoma inesistente sulla parete, il rossore sotto l’ascella che s’è affievolito in rosa e sbiadisce il pericolo, il foro piccolissimo del proiettile prima di rovesciare il ferito sulla schiena: si recita un rosario di scenari possibili senza neppure nominarli: sono frammenti di libro, ricordi sgranati, tutte storie passate di altri che gli tagliano la testa in due e gliela riempiono di attesa. Qui no, qui sì. Qui non c’era. Adesso c’è. Esattamente dove Lowell pensava che fosse.

Fa il conto del tempo che è ospite dell’Osservatorio, e del dottor Slipher. Pensa che la sua nuova casa ha lo stesso nome dello spettro che gli ha preparato i compiti e gli ha suggerito la soluzione. Ma pensa anche che la soluzione era davanti e ci sono voluti i suoi, di occhi; e gli occhiali a forma di macchina che s’è inventato per fotografarla, la soluzione. Queste mani da contadino, si dice – e vede suo padre – che hanno forgiato e montato lente su lente per catturarla, la soluzione. Si sente come un ragazzino delle medie che si è appena accorto di aver trovato un errore sulla lavagna, proprio alla fine del gessetto del professore. E non ci crede. Ha paura di aver visto troppo presto l’inizio di quando dovrà cominciare a cavarsela da sé, davanti a tutti i rettangoli bui di tutte le lavagne del mondo.