Verso Plutone: prima puntata


new-horizons

Il 14 luglio 2015 la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Durante questo avvicinamento, pubblicheremo a puntate un estratto – dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (anche se in forma di ceneri) sulla sonda – dal racconto Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni).

 


Clyde Tombaugh | prima puntata

Estratti da Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo di Giordano Meacci (in ESC. Quando tutto finisce, Hacca edizioni).

 

«[…] E fu proprio fidandosi delle intuizioni di Lowell che Clyde Tombaugh scoprì il pianeta che avrebbe poi battezzato Plutone. Il 18 febbraio del 1930.
A soli ventiquattro anni; e a sei mesi dal suo arrivo all’Osservatorio di Flagstaff […]»
A. O’Keats, Pluto, The Mythe, Boston NMD Press, 2010 (tr. it. T. Boni, Nel mito di Plutone, Siena, Cto ed., 2012)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.1

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio. O i bioccoli lanosi, che si staccano dalle barbe di filo dei cartocci: tutta questa pianura che gli si appiattisce lungo la camicia, segue la piega dei calzoni e gli sbandiera la stoffa fischiando attraverso il tessuto, sembra la voce in falsetto di una qualche terrapiatta lontanissima. Un contadino controcielo: è così che si pensa, mentre guarda. E intanto resta in attesa, l’indaco che s’aggruma assecondando lo sventolìo delle nuvole: e in tutto questo il vento, che insiste, e insiste. Un pensiero fisso che ora gl’impedisce di guardare, svirgola di elettricità i capelli tagliati a spazzola e rassomiglia la sua testa all’ordine angolare dei campi. Si struscia l’unghia del pollice destro sulla guancia, muove gli scarponi sciabattando sulle zolle scoperte. Gli occhi tornano fissi sull’erpice, come fossero mesmerizzati da una forza aristotelica e rugginosa abbarbicata alle lame.

___

 

Mi volgo con questo mio canto a trarre dall’universo le arti
arcane, le stelle conscie del destino che variano
i differenti casi degli uomini, attivo effetto della ragione
celeste, e a sollecitare per primo con parola inaudita
l’Elicona e le sue selve, trepide nelle verdi cime,
peregrine offerte non evocate innanzi da alcuno.
Manilio, Astronomica, I.1-6

(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica),
a cura di S. Feraboli, E. Flores e R. Scarcia,
Mondadori-Lorenzo Valla, vol. I – Libri I-II, 1996;
vol. II – Libri III-IV, 2001)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.4

Ancora non lo sa, ma la lettera è arrivata. Si lascia annegare di sole, sdraiato e a occhi chiusi nello spiazzo terroso dei McGill, a cinquanta metri dal finestrone sbarrato del silos. Gli piace sentire la vampata lucida del sole di agosto sulle guance, e sul collo, mentre il grammofono dei McGill lancia nell’aria secca del pomeriggio Keep the sunny side of Life. Gli strimpellìi a tempo arrotondano The Carter Family tutt’intorno, un doppio fuoco ellittico che gli si avvolge addosso come una stringa di chitarra, There’s a dark and a troubled side of life… There’s a bright and a sunny side, too… Though we meet with the darkness and strife… The sunny side we also may view… Canticchia mugugnando insieme con l’ekophon dei McGill, mentre suo padre e sua madre, a casa, aprono insieme la lettera che hanno tenuto nascosta per tutta la mattina. Viene dall’Arizona, dall’Osservatorio Lowell di Flagstaff. Mentre leggono, quasi la telepatia tra i Tombaugh si concentri sull’argento ottagonale della tromba, il loro unico figlio sta pensando proprio agli schizzi che ha spedito al dottor Vesto Melvin Slipher: precisamente la firma che il signore e la signora Tombaugh stanno compitando, lettera su lettera, nella cucina di casa, il cane addormentato sul patio come nei migliori incubi di Norman Rockwell, la firma che segue la lettera entusiasta in cui il dottor Slipher di Flagstaff, Arizona, ha molto apprezzato gli schizzi astronomici di loro figlio Clyde, e intanto Clyde sta annuendo, annuendo alla famiglia Carter che rimarca keep on the sunny side, always on the sunny side, mentre nella lettera il dottor Slipher lo invita a Flagstaff, a continuare i suoi lavori in Arizona, all’Osservatorio, il posto più vicino al cielo in tutti gli Stati Uniti, si dice Clyde.

Ci ha messo tre anni, tre anni prima, per perfezionare il telescopio: e ogni notte è come levitare nel buio, si dice, come se si lasciasse tutti i soli alle spalle per calcolarne la corsa segreta mentre non li guarda. Per un momento s’impossessa di lui il terrore che il dottor Slipher non lo prenda neanche in considerazione, mai: mai in questa vita, mentre sua madre ripiega la lettera da Flagstaff e guarda il signor Tombaugh con una paura mista a orgoglio di cui non saprebbe trovare una giustificazione conosciuta. Mentre Henry McGill rimette il disco per l’ennesima volta, dentro casa, Clyde ha il giusto tempo per rendersi conto che il mondo è bellissimo e luminoso, e che il futuro gli si prepara davanti lucente e fatato come i mattoni gialli nella Terra di Oz. E non solo a lui, è questo che lo allaga di sole, non solo a lui, a tutti, in quest’estate lunghissima e calda del 1929. C’è solo lui e il cielo del pomeriggio, a testimoniarne l’infinita bellezza: e potrebbe già bastare così.