Il paesaggio nell’archivio di Pavia: in ricordo di Andrea Zanzotto


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Nel numero 286 de L’Immaginazione, storica rivista edita da Manni, c’è un lungo speciale* in ricordo del poeta Andrea Zanzotto.
Qui vi proponiamo un pezzo di Maria Antonietta Grignani, che è andata negli archivi del centro manoscritti di Pavia, per capire il rapporto fra Andrea Zanzotto e i paesaggi delle sue terre.

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di Maria Antonietta Grignani

Zanzotto nella sua poesia vive in modo interiorizzato e stratificato il paesaggio delle terre native dell’alto trevigiano: Pieve di Soligo (la Cal Santa!) e dintorni (Rolle, da lui chiamata col senhal di Dolle, come Lorna, in realtà Arfanta), l’abbazia di Nervesa del Galateo di Della Casa e il Montello, con gli Ossari della prima guerra mondiale. Le sovrimpressioni provengono dall’infanzia o dall’inconscio, ma anche dalla cultura già nella raccolta del 1951, non per nulla intitolata Dietro il paesaggio:

Quell’intimo splendore
di “c’era una volta” e che
da dirupati anni mi resta diviso

(Ligonàs, in Sovrimpressioni)

Marzio Breda, nell’introdurre la conversazione In questo progresso scorsoio (Garzanti 2009 e ristampe) ricorda una definizione di Goffredo Parise, che giudicava il poeta Zanzotto “globalmente un geologo”; ne aggiunge una di Montale, che parlava di Andrea come di una talpa intenta a “scavare nel linguaggio e nel paesaggio”: paesaggio fisico e paesaggio umano. Il poeta di Pieve di Soligo è stato uno dei primi autori italiani a sentire la lezione e la pressione del “megatempo”, il tempo grande, geologico e macrostorico che pulsa sotto le apparenze della cronaca e sotto la pelle di ciò che vediamo, tanto più di fronte alla catastrofe climatica attuale, alla globalizzazione e perfino alla potenziale scomparsa della lingua italiana.
L’amore per il paesaggio e per quanto traspare dalle sue stratificazioni storiche o addirittura preistoriche lo individua all’interno della poesia italiana del Novecento, complessivamente segnata più da ambienti cittadini e paesaggi trascoloranti di trasferte in un altrove che non dalla postazione di un osservatorio minore, fisso nel ruotare dello stravolgimento ambientale. Vissuto a lungo e sempre nello stesso luogo, da lì ne ha traguardato le mutazioni, dalla civiltà agricola e artigianale all’industrializzazione più selvaggia e volgare.

Chiarissime le parole dettate all’amico Luciano Cecchinel nell’intervista del n. 46 di “Autografo”, messo insieme per i novant’anni del poeta e venuto purtroppo a coincidere con la scomparsa:

[…] si è venuto a costituire nella mente una specie di paesaggio parallelo, con i suoi colori, i suoi profumi, le sue atmosfere più o meno alterati. Per cui posso dire che di solito passo attraverso questo filtro che assomma esperienze diacronicamente diverse fino a fatti lontanissimi anche relegati nelle nebulosità dell’infanzia. Il paesaggio viene sotto sotto messo alla prova attraverso questa fenomenologia interiore che, portando appunto a misurarsi per varie sovrapposizioni con le rappresentazioni più arcaiche e quindi anche più genuine e “innocenti”, lo restituisce più denso di suggestione.

Negli ultimi decenni è divenuto prepotente in Zanzotto lo sdegno per lo «smottamento culturale», che diventa tutt’uno con la rovina del paesaggio italiano, deturpato da fabbriche, centri commerciali, con solo qualche squarcio superstite che rimanda – chi lo sappia osservare – a un passato lontano. Una coesistenza negativa di antico e postmoderno, giudicata particolarmente rovinosa nella zona dove ha abitato sempre, con la conurbazione tra il Garda e il Friuli, la Los Angeles dell’Est!
Il Centro Manoscritti di Pavia possiede gli avantesti e gli autografi di tutte le raccolte poetiche di Zanzotto, escluse le ultimissime. La visione diretta dell’archivio mostra lo spessore ‘materiale’, cioè letteralmente fisico dei pezzi. Che sono talora a grafia intensa, convulsa e quasi criptica, tal altra in calligrafia, come si usava una volta da parte dei docenti che la calligrafia dovevano insegnare agli scolari per la bella copia; tal altra ancora in dattiloscritti con sbianchettature sopra la copia che veniva ripassata. Anche questa materialità assomiglia a quella del paesaggio, una volta lavorato e aggiustato alle esigenze di sopravvivenza e di regolazione dell’uomo, ma oggi omologato dalle costruzioni moderne, senza residui visibili – o quasi –. Esattamente come può succedere con la scrittura al computer, che nasconde le riscritture, atte a mostrare in trasparenza gli strati soggiacenti.
Si può parlare dunque, pensando al laboratorio di Zanzotto, non solo della diade paesaggio-scrittura, che poi vuol dire emanazione dei luoghi e creatività, ma di una sorta di triade: paesaggio-scrittura-percorso ‘genetico’ e ‘storico’ della medesima.
Per esempio nel dattiloscritto su due fogli, datato 1955, di Dove io vedo (Vocativo, 1957) troviamo una variante nel titolo, che qui era Guardo la valle, dove i versi “oggi trepidamente / guardo la valle / che per sempre amerò” suggerivano il titolo. In I paesaggi primi, sempre di Vocativo, il dattiloscritto ha il testo sostanzialmente definitivo, compresa l’invocazione al padre pittore, “modesto signore / di Lorna, che creasti e che ti crea”, con i suoi paesaggi murali e l’effetto quasi allucinatorio dello scambio tra vero di natura e arte, indicato nel toponimo senhal Lorna.
Il travestimento del nome viene operato solo in fase di revisione nella quinta delle IX Ecloghe, (1962), “Lorna, gemma delle colline” (da un’epigrafe); la correzione ms. Lorna sostituisce il vero nome Arfanta della stesura dattiloscritta, a creare uniformità transtestuale di denominazione ai ‘paradisi’ zanzottiani, alle isotopie anche toponomastiche che legano i ritorni sugli stessi luoghi delle poesie nella loro diacronia.
Un’indagine, ancora in corso, sui nomi di luogo e i loro eventuali travestimenti/mascheramenti/eliminazioni porterebbe qualche novità all’interpretazione del ruolo che il paesaggio fisico, storico e simbolico intrattiene con i temi fondamentali e le variazioni nel tempo della poesia.

* Lo speciale contine e anche:
Giosetta Fioroni, Segni e parole per Andrea, da cui è tratta anche l’immagine in apertura
Niva Lorenzini, La difficoltà della poesia
Gian Mario Villalta, Tra mi e ti
Giovanna Frene, Ho conosciuto davvero Andrea Zanzotto?
Nico Naldini, Meteoropatia
Silvana Tamiozzo Goldmann, Andrea e Carlo
Andrea Zanzotto, Lorna, Gemma delle colline
Adriana Guarnieri, Andrea e Silvio
Giulio Ferroni, La sua poesia
Rodolfo Zucco, Sette appunti su Contro monte