Una lista di lettura sulle riviste


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È uscito l’anno scorso sul blog di Longreads, ma noi l’abbiamo trovato dopo Natale e ci siamo tuffati nei meravigliosi link che contiene durante queste vacanze. È un elenco incredibile di articoli che girano intorno a un unico nucleo: la vita di una rivista.

Dalla rinascita di Vanity Fair (un articolo per il centennale della rivista) a un pezzo di Dave Eggers per Might, che giusto quell’anno terminò le pubblicazioni, a un resoconto del modus operandi (e “copertinandi”) di Cosmopolitan (fateci caso, dice Edith Zimmerman: in copertina c’è quasi sempre la parola “sex”), alle vicissitudini finanziarie di Newsweek (che portarono poi alla sua vendita), fino a storie di riviste che nemmeno noi ricordavamo esistessero.

Un po’ in ritardo, ma vi facciamo questo regalo: se siete appassionati di riviste, come noi, leggerle sarà un piacere notevole. Qui di seguito, un paio di citazioni per farvi salire l’acquolina.

Da un articolo su Time Magazine:

[John] Huey è incerto riguardo il motivo del successo di People. Ma poi racconta, senza che gli venisse chiesto, le differenze riguardo le sue due più importanti riviste. «Time magazine parla di tutto quello che è importante. People parla delle cose che non sono importanti ma che interessano a tutti.» Se lavorassi a People, sarei un po’ in imbarazzo ora.

(John Huey fu a capo di Time Magazine e People, tra le varie cose che fece nella sua vita.)

Da un’intervista alla NPR su Gourmet (la rivista chiusa nel 2009):

Erano tutti sconvolti. Nessuno di noi se n’era accorto. Voglio dire, sapevamo che la pubblicità non andava bene. Erano tempi – sono tempi difficili per tutto il settore, e non c’erano dubbi che lo stato dell’industria pubblicitaria fosse davvero pessimo. Ma pensavo lo stesso che, be’, questa è una rivista che aveva una tiratura di quasi un milione di copie e lettori davvero fedeli, e, be’, era stata un’icona.
Voglio dire, è una rivista che era in giro dal 1941 ed è una bestia diversa dal resto del – da qualsiasi altra rivista di cucina. Ma non potevo immaginare che la rivista stessa potesse scomparire.

Da un articolo su Wigwag, la rivista fondata nell’88 da ‘esuli del New Yorker’:

Non era un bel nome per una rivista. Una rivista per ragazzi, forse, ma per un coraggioso tentativo di sostituire il New Yorker? Molti furono scettici. E nonostante questo Wigwag fu lanciata, nell’autunno del 1989. Il direttore Alexander Kaplen scrisse, nel suo primo editoriale: «La parola non è inventata, e il nome non è casuale. Questa rivista ha molto a che vedere con la casa – chi ci vive, quello che ci fanno, quello che ci fanno.» La definizione, secondo Kaplen, è «per avvisare qualcuno a casa». Kaplen lanciò la rivista come una risposta all’allontanamento del direttore William Shawn nel 1987 [a lungo direttore del New Yoker, NB]. Se Eustace Tilley doveva essere associato a degli estranei, allora Kaplen avrebbe reimmaginato quella rivista fondamentale come non più quello di cui si parla in città (e sapete bene di che città si tratti), piuttosto quello di cui si parla in tutte le città, comprese quelle in cui vivete, fossero Iowa City o Akron o Winnemucca.

(Eustace Tilley è il nome dato al dandy col monocolo che simboleggia il New Yorker.)

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(Le immagini sono tratte dagli articoli linkati.)